La globalizzazione non si governa con il conflitto e con la nostalgia per il passato

L’esempio del populismo britannico, principale responsabile della Brexit, è emblematico: ha ingannato la classe operaia sfruttando la malinconia per un passato idilliaco, raccontato disonestamente per mobilitare consenso contro l’Unione Europea. La nostalgia per un passato migliore è uno strumento attraverso il quale tutte le varianti nazionali di populismo ottengono consenso. C’è chi rimpiange le glorie imperiali, chi quelle militari, chi quelle industriali o culturali.

Tutti rimpiangono una patria, più o meno grande, non ancora minacciata dalla globalizzazione. Un politico che ignora l’insicurezza e i timori dei più deboli è destinato al fallimento, ma chi promette un passato che non ritorna è irresponsabile e disonesto. Anche perché a guardar bene, quel passato non era davvero perfetto e felice come ce lo raccontano. La globalizzazione non si governa con le piccole patrie, e certamente non si regola con il conflitto (sia militare che industriale o di civilizzazione).

La destabilizzazione del progetto Europeo, le guerre commerciali, le relazioni diplomatiche aggressive non serviranno a migliorare la vita dei più deboli. Anzi, la peggioreranno, già nel breve termine. In tutto l’Occidente, la sinistra riformista versa in una profonda crisi. Si tratta di una crisi di funzione, che si intreccia con quella “di rendimento” in cui sono entrate le democrazie liberali, incapaci di rispondere alle esigenze dei cittadini. E per quanto possa far comodo pensarlo, il carattere dei leader c’entra poco o niente. Anche qui il problema è complesso e, dunque, la soluzione non può essere semplice.

Nel Novecento, in particolare dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la sinistra ha svolto una funzione essenziale: ha dato un’organizzazione, un contesto ordinato, alla distruzione creatrice del capitalismo.

Non si trattato solo di favorire/imporre la redistribuzione – a favore dei più deboli, dei lavoratori, dei ceti oppressi – dei copiosi frutti del dinamismo capitalista. Quella della sinistra stata una funzione egemone, non ancillare. Essa infatti ha svolto un ruolo determinante nella costruzione di un contesto di istituzioni, regole e iniziative economiche, sociali e culturali tali da sostenere ed accelerare lo sviluppo delle forze produttive, contemporaneamente riducendo – nell’utopia, eliminando – il disordine, le sofferenze e le contraddizioni indotte dal dinamismo capitalista. Per svolgere questa funzione, la sinistra ha organizzato se stessa e la sua iniziativa su base nazionale. Partiti politici, sindacati, cooperative, associazioni, tutti reputavano lo Stato nazionale come dimensione della organizzazione e contesto più favorevole per il conseguimento delle proprie finalità : la dimensione dello Stato nazionale quella che fornisce in quegli anni alla sinistra la prospettiva dalla quale guardare ai problemi che intendeva affrontare e dentro la quale costruire le relative soluzioni. Quando la rivoluzione tecnologica e digitale crea le condizioni per la globalizzazione, la sinistra resta priva di prospettiva. La novità sconvolgente e lascia alla sinistra solo due alternative: darsi un profilo ideale, programmatico, politico e organizzativo del tutto nuovo, che la renda capace di governare la globalizzazione; oppure ridimensionare le proprie ambizioni, rassegnandosi ad una funzione – importante, ma strutturalmente subalterna – di rappresentanza dei perdenti della globalizzazione. La strada da scegliere senza dubbio la prima.

Il mondo che i riformisti debbono “governare” profondamente cambiato. Ed cambiato molto rapidamente: la fase post-guerra fredda, caratterizzata dall’unipolarismo degli Stati Uniti d’America (interpretato da Clinton secondo la logica dell’egemonia benigna, valorizzando le istituzioni multilaterali; da Bush secondo una logica di dominio e di critica feroce alle lente e deboli istituzioni multilaterali), già alle nostre spalle. Il mondo diventato multipolare, per il combinarsi del declino relativo degli Stati Uniti e la crescita del resto del mondo, in particolare della Cina: Obama ha interpretato la nuova fase nella logica del multilateralismo buono ed efficace, senza riuscire però a risolvere il problema della costitutiva debolezza delle istituzioni multilaterali. L’amministrazione Trump si misura con il multipolarismo attraverso un approccio di tipo Hobbesiano: ognuno per s , sulla base della propria forza, privilegiando i rapporti bilaterali e ignorando, anzi, cercando di delegittimare le istituzioni multilaterali. L’approccio dei riformisti, quale che sia la loro nazione, non può che essere di tipo Kantiano: l’utopia democratica della pace attraverso il criterio del diritto e lo strumento del dialogo, che trovano nelle istituzioni internazionali la sede che consente loro di prevalere sul criterio della forza.

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