Dopo 11 anni farlo davvero

Il Partito Democratico, pensato per durare almeno un secolo, sembra vecchio dopo solo undici anni di vita; la verità è che non è mai compiutamente nato. Sospeso nella sintesi mai davvero risolta tra le storie che lo hanno originato, troppo a lungo malinteso come semplice cambio di nome dell’antica storia PCI-PDS-DS o come nuova insegna della “ditta”, mai davvero affidato nelle mani dei nativi democratici, di chi ha più storia davanti che alle spalle.

In questi anni, mentre ci dividevamo in un surreale, ciclico, dibattito sulla contrapposizione antistorica tra partito “pesante” e “leggero”, venivamo superati da chi questa questione l’ha risolta sferrando colpi pesantissimi alla democrazia rappresentativa, con la scorciatoia e la rapidità di manovra di un’azienda privata che prevede dipendenti anziché militanti.

Inoltre, se c’è un limite comune a tutte le diverse esperienze che si sono succedute alla guida del PD è quello di non aver mai affrontato davvero il tema della nostra vita interna, della forma partito, di come siamo organizzati.

La domanda di fondo è se nella democrazia italiana del XXI secolo c’è ancora bisogno di un partito, in uno scenario nel quale una struttura come la nostra, sempre più indebolita, appare più come un’anomalia che come la prassi. E se serve ancora un partito, come funziona, come si sostiene, come decide, come si organizza, come si rende utile.

Con tutti i limiti e le carenze della nostra organizzazione, dobbiamo essere orgogliosi della nostra comunità. Un patrimonio di dedizione, passione, capillarità che ormai abbiamo solo noi e che dobbiamo difendere, ristrutturare, rilanciare.

Un partito come strumento per cambiare il Paese, non come fine o terra di conquista, ci serve eccome. Lo dimostrano questi ultimi anni, nei quali ci siamo illusi che la straordinaria azione di cambiamento che abbiamo avviato fosse sufficiente, che gli importanti risultati della nostra azione di governo bastassero a raccontare l’idea di Paese che ci animava e come la stavamo realizzando. Invece c’è dannatamente mancata una struttura che fosse avanguardia di quei cambiamenti, che li portasse nelle strade, nelle piazze, nelle case delle persone. E che poi fosse capace di raccogliere i feedback, le criticità, i punti forti e quelli deboli delle nostre riforme, le cose comprese e quelle da spiegare meglio. Un partito che fosse capace di stare un passo avanti e uno indietro rispetto all’azione di una sinistra di governo. Per promuoverla e per raccoglierne i risultati.

Innanzitutto, prima di cancellare o archiviare il nostro statuto – tentazione che ci appare pericolosamente diffusa, sulla falsariga di ciò che sta avvenendo per le tante realizzazioni dei nostri anni di governo, che qualcuno vorrebbe far sparire – noi crediamo che andrebbe rilanciato, aggiornato e soprattutto pienamente realizzato. Rilanciato e difeso nelle sue intuizioni fondamentali che sono il nostro dna: le primarie aperte per la scelta del segretario, la vocazione ad una rappresentanza larga e maggioritaria, la coincidenza tra leadership e premiership. Rinunciarvi equivarrebbe a rinunciare a noi stessi e ad una potentissima leva di cambiamento democratico. Senza strumenti come questi non avremmo vissuto le nostre migliori stagioni, da Veltroni a Renzi.

Realizzato pienamente e aggiornato attentamente in alcuni principi che sono rimasti solo sulla carta: la struttura davvero federale – non la semplice formula della “valorizzazione dei territori” ma una reale, concreta, virtuosa autonomia, una partecipazione costante alla vita del partito, il ruolo di iscritti ed elettori, la scommessa dei circoli, i referendum consultivi.

Non siamo più un partito nuovo, proviamo ad essere un nuovo partito. Un partito che coinvolga davvero i suoi elettori, non solo nelle domeniche dei gazebo. E un partito che faccia contare davvero i suoi iscritti, che dia un valore e riconosca un pezzo di sovranità autentica a chi compie quel gesto antico e nobilissimo di prendere una tessera.
I momenti di maggior successo e vitalità nella nostra storia sono stati quelli in cui sono aumentati insieme il numero dei nostri elettori e quello dei nostri iscritti. Proprio per questo dobbiamo compiutamente valorizzare entrambi.

Per dire basta ad un partito che in troppi territori, invece, misura uno spread pesantissimo tra un gioco malato e ormai totalmente autoreferenziale con gli iscritti e la distanza che aumenta dagli elettori, basta alle realtà locali dove finiamo per avere più tessere che voti.

E nel rispetto delle regole e del confronto democratico, basta anche al partito del congresso permanente. Dei segretari eletti con il 70 per cento dei voti e poi demoliti dal giorno successivo, delle direzioni in cui vengono prese decisioni a larga maggioranza che restano vincolanti solo per lo spazio che separa il terzo piano del Nazareno dalla prima telecamera o il primo taccuino incontrati per strada dai nostri esponenti.

Un partito che sappia trovare forme nuove per decidere in maniera aperta e coinvolgente. Ma che quando decide lo fa davvero.

Un partito che sappia ristrutturare e rilanciare la nostra rete sul territorio partendo dalla consapevolezza che i nostri luoghi sono insufficienti, che il nostro stare insieme ha logiche troppo spesso autoreferenziali, che non riusciamo a incrociare una domanda di partecipazione tradizionale e non che oggi, di fronte alla destra più pericolosa e incapace di sempre, torna ad esserci ma non trova cittadinanza. Una disponibilità al sostegno di singole scelte, al confronto sul futuro della città, alla partecipazione al nostro lavoro da parte di tanti che non hanno tempo, voglia, possibilità di esplicitarla in maniera tradizionale. Sappiamo bene che organizzare la vita di un circolo oggi, tra tante difficoltà, assomiglia ad uno sforzo da eroi romantici e donchiciotteschi, ma troppo spesso appariamo chiusi, non accoglienti: noi vogliamo un partito che abbia l’ansia di aprirsi, di raccogliere la partecipazione e di essere capace di suscitarla. Abbiamo bisogno di iscritti elettori e sostenitori. Tra chi si iscrive e chi ci vota ci sono tanti che vorrebbero semplicemente dare una mano: da chi è disposto a darci il suo due per mille che ci consente di mantenere una struttura sana a chi è disposto a sostenerci anche con microdonazioni sulle singole battaglie che conduciamo, dal professionista che può mettere a disposizione parte delle sue competenze allo studente che vuole darci un po’ del suo tempo ma secondo i suoi orari fino all’associazione o al comitato di quartiere che vuole fare rete con noi.

E dobbiamo dotarci di strumenti di accountability per verificare costantemente cosa produce e come incide la nostra presenza in un territorio. La sfida è questa: coglierla non come una minaccia ma come un’opportunità è il nostro dovere. Siamo spaesati da una condizione di difficoltà mai provata in passato e angosciati dai livelli di consenso raggiunti da forze politiche che non hanno né una buona idea per il Paese né una sede aperta sul territorio. Un modello di riferimento non esiste, la crisi della rappresentanza tocca tutte le democrazie occidentali e tutti i partiti politici, è un tema della sinistra a livello internazionale
Dobbiamo sforzarci di immaginare nuove forme di partecipazione, fisiche e digitali (quanto tempo e quanti milioni di voti abbiamo perso non utilizzando mai i dati degli elettori delle primarie?) e costruire con l’ambizione di tornare ad esserlo un modello.
Inoltre, dobbiamo cogliere le potenzialità della rete, per davvero.

Troppe volte sentiamo ripetere la sciocchezza secondo la quale il partito deve usare meno i social network. Nel dibattito politico in rete, il nostro spazio è inferiore al 10 per cento. Nei nostri circoli l’età anagrafica degli iscritti cresce (il 65% ha più di 55 anni, solo il 10% meno di 35), mentre nel Paese aumenta la popolazione connessa (quasi il 70 per cento, circa 30 milioni di smartphone) e la rete è per moltissimi ormai la principale fonte di informazione: qualcuno può davvero pensare che dobbiamo starne fuori? Nel 2019 un Partito o è digitale o semplicemente non è. Questo non significa certamente abbandonare la partecipazione fisica o l’organizzazione tradizionale ma dobbiamo smettere di viverle in contrapposizione. Non possiamo non prevedere la completa digitalizzazione del tesseramento, traguardo da perseguire anche per garantirne la trasparenza e la verifica, la creazione di una piattaforma online, anche su app, che permetta e favorisca la discussione tra gli iscritti, la messa in rete delle best practices di circoli ed amministratori, la realizzazione di sondaggi, l’incontro tra la domanda e l’offerta di chi vuol realizzare progetti e di chi si mette a disposizione per realizzarli, la possibilità di creare circoli online, lo spostamento di parte delle risorse destinate

alla comunicazione del Partito sulla rete per avere una presenza più forte e per realizzare attività di formazione per i volontari digitali, con un deciso investimento su questo fronte.

Abbiamo undici anni di ritardo, è tempo di recuperare terreno.