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Nel XXI secolo la sovranità si realizza attraverso le istituzioni europee

In occasione delle celebrazioni del centenario della Vittoria e della fine della prima Guerra Mondiale, il Presidente Sergio Mattarella ha affermato che “l’Unione Europea è la più alta espressione di amicizia e collaborazione” tra i popoli del nostro Continente. Nel definirci europeisti convinti le parole del Capo dello Stato ci fanno da guida. Il progetto Europeo, però, non riguarda solo la fratellanza tra popoli e l’integrazione politica, si tratta innanzitutto di una collaborazione industriale, commerciale, scientifica, culturale, tecnica. I padri fondatori dell’Europa vollero l’interdipendenza come strumento di pace, consapevoli che le guerre in passato erano scoppiate principalmente per motivazioni economiche. Non a caso si cominciò da CECA ed EURATOM e poi dalla regolazione degli standard industriali e commerciali fino al mercato unico e all’Euro.

Lo stallo costituzionale causato dal referendum britannico sull’Unione Europea ha dimostrato che lo Stato Nazione non è più autosufficiente. I britannici hanno scelto di lasciare l’Unione Europea, ma non è semplice farlo, perché anche loro hanno un disperato bisogno dei meccanismi di regolazione della complessità che proprio le istituzioni comunitarie garantiscono.

Non può essere il sovranismo la risposta alla complessità delle sfide contemporanee, le barriere nazionali sono incompatibili con la complessità del mondo in cui viviamo. Non a caso, il governo gialloverde ha già dovuto constatare l’assenza di ogni forma di solidarietà da parte dei partiti populisti europei. Il sovranismo non è semplicemente sbagliato, di più: non è funzionale per risolvere problemi domestici e non è praticabile come piattaforma internazionale.

In questo contesto, però, il riferimento dei riformisti all’Europa apparso troppo spesso eccessivamente retorico: nella migliore delle ipotesi, la manifestazione di un’intenzione tanto buona quanto impotente. Il resto lo hanno fatto i governi nazionali, sempre pronti a scaricare sulle assenze, i ritardi e le sordità dell’Europa – reali o inventati che fossero – i limiti e le deficienze della loro azione. Ma la sovranità di cui si sente la mancanza non stata “trasferita” ad istituzioni comunitarie in grado di esercitarla, con l’unica eccezione della politica monetaria, di cui titolare la BCE, guidata in questi anni dal Presidente Draghi. Ed è qui che si innesta la necessità di cambiare l’Europa. Più l’Europa sarà unita e solidale, più forti saranno gli Stati e più garantita e sicura sarà la sovranità.

Occorre immaginare un meccanismo di elezione diretta del Presidente della Commissione Europea a cominciare da primarie transnazionali per l’individuazione dei candidati delle singole famiglie politiche e dalla definizione di un ruolo più chiaro dei partiti europei, oggi troppo spesso semplici contenitori di posizione contradditorie (cosa hanno in comune Orbàn e gli altri soggetti del Partito Popolare Europeo?). Occorre completare le riforme in atto sulla difesa e sulla tutela dei confini dell’Unione e il bilancio dell’area dell’euro (non un rimpinguamento delle risorse dell’attuale bilancio dell’Unione ma una politica fiscale dell’area dell’euro). Vanno rafforzati programmi di aggregazione e crescita civile comunitaria a cominciare dall’Erasmus+ e dalla strutturazione di un vero Servizio Civile Europeo universale.

Le istituzioni europee hanno già preso decisioni molto coraggiose come quelle contro grandi imprese che avevano abusato della loro posizione dominante. L’Unione deve proseguire con iniziative importanti di pari livello, ad esempio il blocco continentale alla vendita di armi in aree di guerra. Possiamo rilanciare in grande la recentemente costituita unità di protezione civile europea e di coordinamento dei velivoli antincendio: i cittadini europei hanno bisogno anche di queste forme di mutuo soccorso per sentirsi parte di un progetto comune.

Le istituzioni nazionali e comunitarie devono poi lottare insieme contro la campagna di disinformazione che per anni ha screditato l’Europa, lasciando che i cittadini fossero spesso del tutto ignari degli enormi benefici derivanti dalle attività svolte dalle numerose istituzioni e agenzie europee in ogni campo.

E soprattutto occorre che gli europeisti abbiano il coraggio di lanciare input nuovi: la costruzione di un vero spazio europeo dell’educazione, che uniformi i sistemi educativi troppo diversi e distanti dei singoli paesi membri, uno statuto europeo dei lavoratori, che preveda anche un salario minimo europeo e standard di sicurezza validi per tutti, e un meccanismo universale di sostegno a livello comunitario per coloro che si trovano in una condizione di povertà. Non basta ricordare che la generazione dei trenta-quarantenni ha conosciuto un’Europa senza barriere. Se vogliamo edificare gli Stati Uniti d’Europa dobbiamo promuovere passi in avanti progressivi e sostanziali. La retorica purtroppo non è più sufficiente.