Proteggere il lavoro di oggi e di domani. Non solo quello del secolo scorso. E non lasciare nessuno indietro.

Dopo pochi mesi di governo gialloverde osserviamo la crescita rallentare, la disoccupazione salire e l’occupazione scendere insieme alla fiducia delle imprese. Non sorprende, visto che la politica economica perseguita deriva da confuse ricette di ispirazione novecentesca e da un pregiudizio ostile a imprese e imprenditori. Il Partito Democratico non può certo gareggiare con gli sfascisti nell’immaginare una decrescita felice, deve al contrario proporre di proseguire lungo il percorso stretto di politica economica fatto di negoziazione, credibilità, sostenibilità ed equità generazionale. Deve essere il partito della crescita, che deriva anzitutto dalla piena occupazione: non si crea occupazione per decreto, ma le leggi e gli incentivi, come è accaduto con il Jobs Act, devono poter aiutare e sostenere il lavoro e l’impresa. Tutti invocano, per l’Italia, l’adozione di una politica fiscale espansiva, capace sia di sostenere la crescita, sia di ridurre la disuguaglianza. Il “sentiero stretto” dei nostri governi ha consentito di fornire alla crescita e al contrasto della povertà tutte le risorse compatibili con la stabilità della nanza pubblica. Perch fare debiti smisurati oggi signi ca caricarne il peso sulle spalle dei giovani che dovranno pagarli, con gli interessi, domani. E spesso quel domani è più vicino di quanto si immagini. Ad un governo che indebita i giovani dobbiamo saper opporre una proposta seria per valorizzarne le energie, i talenti, le competenze. Al reddito di cittadinanza, dobbiamo contrapporre il lavoro di cittadinanza. Questo lo si fa sia finanziando con fondi pubblici le iniziative di quei giovani che vogliono trasformare una buona idea in una start-up, sia riducendo la tassazione sul lavoro dipendente, soprattutto quello a tempo indeterminato.

La rivoluzione tecnologica e digitale modifica strutturalmente il lavoro, travolgendo confini che sembravano consolidati e avevano retto alla prova del tempo. A partire da quello che distingue il datore di lavoro dal prestatore d’opera: da una parte la padronanza e la piena autonomia; dall’altra l’obbligo e il servizio. Il presente e il futuro della produzione di beni e servizi richiedono una creatività e un impegno che possono scaturire solo dalla convergenza di queste due funzioni diverse.

Di qui la flessibilità positivamente intesa. Il contrario dell’arbitrio e della confusione: la flessibilità impone forme di organizzazione molto più raffinate di quelle del passato, dominate dalla esigenza di “standardizzazione”. La rivoluzione informatica e digitale può essere sfruttata al meglio solo se gli obiettivi cui si attribuisce valore sono perseguiti attraverso la cooperazione attiva e consapevole di tutte le parti coinvolte. Le pretese di imposizioni unilaterali possono disperdere, fino ad azzerarle, le grandi occasioni oggi possibili. Lasciando in campo solo le legittime preoccupazioni di milioni di cittadini dell’Occidente per la perdita dei posti di lavoro provocata dalla applicazione della innovazione al processo produttivo. Le prime iniziative del governo gialloverde vanno nella direzione sbagliata. Non si crea lavoro stabile con le clausole e i vincoli sul contratto a tempo determinato. Non si crea sviluppo riversando miliardi su centri per l’impiego assolutamente obsoleti e disfunzionali e privi di un coordinamento nazionale. Non si aiuta l’occupazione tassando le imprese. Occorre proseguire a incentivare il lavoro stabile e la contrattazione decentrata, mentre i centri per l’impiego vanno totalmente rivoluzionati, non pallidamente rimpinguati.

Ci sono motivi di ottimismo sulle opportunità alla nostra portata: i risultati straordinari dell’export italiano degli ultimi due anni, una tendenza al ritorno alla manifattura in alcuni comparti, il ritrovato ruolo strategico dell’agricoltura. La forza del brand Made in Italy, sia in mercati maturi che nei paesi emergenti, resiste e spesso si rinnova con l’introduzione di tecnologie 4.0 sia in settori avanzati che in quelli più tradizionali come l’agroalimentare. Questi dati vanno tenuti presenti e gli sforzi di chi li ha prodotti vanno premiati, non frustrati con nuovi adempimenti o nuove tasse.

D’altra parte, però, in Italia non si può parlare di lavoro e di crescita ignorando la componente criminale e sommersa della nostra economia. Si tratta di una quota sostanzialmente superiore a quella di tutte le altre grandi economie europee. La politica economica e la regolazione del mercato del lavoro debbono tenerne conto: bisogna contrastare con molta più forza sia l’evasione fiscale che il lavoro nero, Piaghe diverse ma simili negli effetti: danneggiare i cittadini onesti, minacciare il benessere del Paese. In questo senso il cosiddetto reddito di cittadinanza è un danno perché rischia proprio di favorire il lavoro nero e l’evasione. La Costituzione della Repubblica all’articolo 4 afferma che: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Il secondo comma non è frequentemente citato come il primo, eppure l’idea di lavoro come dovere e non solo come diritto è molto importante e rende l’idea del perché proprio sul lavoro i nostri padri costituenti abbiano scelto di edificare la Repubblica.

Ispirandoci a numerosi casi di successo europei, il PD deve favorire nuove forme di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa e di democrazia industriale. Occorre anche rinnovare la nostra tradizione di contrattazione collettiva contribuendo alla diffusione di relazioni industriali di secondo livello. La contrattazione aziendale deve svilupparsi ulteriormente, contribuendo all’innovazione dei processi, all’aumento della produttività e alla crescita dei salari reali da troppo tempo stagnanti. Le nuove sfide della gig economy andranno regolate in maniera innovativa, ad esempio favorendo la proprietà e la gestione in forma cooperativa delle piattaforme digitali. Allo stesso modo dobbiamo avere il coraggio di sviluppare una visione nuova del rapporto tra lavoro e tempo libero, col supporto della tecnologia. Viviamo un’epoca nella quale il valore del tempo livero è notevolmente aumentato perché sono aumentate le possibilità di spenderlo in modi diversi. Non solo è più semplice spostarsi, ma sono molte di più le attività a portata di mano, legate alla cura di sé e degli altri. Il tempo libero non è più concepito come intervallo tra la fine e l’inizio dell’attività lavorativa, ma come spazio di crescita personale e sociale. E come tale va considerato.

Occorre poi trattare con maggiore attenzione ed efficacia la questione demografica, che costituisce per l’Italia un problema serissimo, da affrontare in modo strutturale a partire dagli strumenti da mettere a disposizione delle famiglie (come asili nido e delle scuole dell’infanzia) e da una nuova forma di tassazione basata sul quoziente familiare, tenendo fermo però il sistema delle detrazioni a sostegno dei redditi medio-bassi.

Il reddito di cittadinanza, se mai partirà davvero, produrrà consenso. Ed è per il consenso che è stato ideato. Ma i risultati nel medio e lungo periodo saranno negativi perché l’Italia, e il mezzogiorno in particolare, hanno bisogno della cultura del lavoro e dell’impresa, non della cultura dell’assistenza. Il cosiddetto reddito di cittadinanza è definito dai suoi

ideatori come sussidio condizionato. Si tratta di un ossimoro terminologico, di un inganno per gli elettori. Non può esserci ‘condizione’ visto lo stato fatiscente dei Centri per l’Impiego in gran parte del Paese e vista la disoccupazione strutturale in molte aree del Sud. Si tratta di assistenzialismo puro e molto più costoso di quello erogato senza intermediazione e burocrazia dal nostro Reddito di Inclusione. Occorre favorire la crescita e non diffondere ulteriormente la cultura dell’assistenzialismo, soprattutto nelle aree più in difficoltà del paese. Occorre accrescere lo sforzo della lotta alla povertà, avviata dai governi del PD, senza confonderlo con le politiche attive del lavoro. Far transitare il REI, uno strumento contro la povertà, per i centri per l’impiego significa solo ingolfarli e bruciare risorse in costi di transazione e burocrazia. Significa non poter aiutare né chi ha bisogno di assistenza, né chi ha necessità di un lavoro. Il REI deve essere gestito dai Comuni.

L’Italia risente della difficoltà di adattamento alle nuove esigenze sociali tipiche dei sistemi di welfare: una volta costituita una spettanza, questa viene presto data per scontata, e il suo mantenimento – seppur molto dispendioso – non è fonte di consenso, mentre la sua riduzione o cancellazione è fonte di grande malcontento. L’inerzia che ha caratterizzato per decenni una politica debole e incapace di decisioni, è la causa principale della permanenza di storture profonde del nostro sistema – in particolare uno sbilanciamento tutto a sfavore delle giovani generazioni – e della difficoltà a dotarci finalmente degli strumenti necessari a rispondere alle esigenze di protezione di una società cambiata radicalmente, che ha visto in pochi decenni una trasformazione epocale dei rapporti tra i sessi, tra le generazioni, tra capitale e lavoro, tra cittadini italiani e stranieri.

Dobbiamo riprendere lo sforzo riformatore compiuto dai nostri governi per costruire lo stato sociale del XXI secolo, che sappia assicurare a tutti dignità e opportunità. Questa rivoluzione deve fondarsi su tre punti principali:
– la prevenzione, per diminuire le disuguaglianze prima che sia troppo tardi, dando a ogni bambino e ogni bambina la possibilità di sviluppare il proprio talento a prescindere dalla condizione sociale di origine;
– l’universalismo, che sappia garantire in modo trasparente uguali diritti a tutti senza costringere le persone a dipendere da provvedimenti e meccanismi di natura clientelare;
– l’inclusione, che punti alla riattivazione delle persone mettendole nelle condizioni di uscire dalle condizioni di povertà e emarginazione, attraverso percorsi di educazione, riqualificazione, accompagnamento per il reinserimento lavorativo e sociale.

I lavoratori e le famiglie chiedono protezione e rassicurazioni sul futuro e il PD deve restare il loro punto di riferimento per una buona regolazione del mercato del lavoro e per investimenti adeguati sul welfare.

La fiducia nel futuro si costruisce anche con adeguati investimenti nel servizio sanitario nazionale. Fiducia in un futuro sano e attivo nel quale l’aumento della speranza di vita media non è letto come una minaccia al sistema previdenziale o come un peso per le strutture sanitarie. Occorre investire di più e meglio sull’invecchiamento attivo. Un aiuto verrà dall’innovazione tecnologica, dalla riforma del ruolo di tutti i soggetti del sistema (farmacie e medici di base inclusi) e una migliore regolazione del settore farmaceutico (ad esempio nel contrasto allo spreco dei farmaci). Ma gli Italiani hanno bisogno sin da subito di tempi certi e ragionevoli per l’accesso ai servizi sia di base che specialistici. Il PD deve farsi portavoce di questa richiesta a livello nazionale e regionale a partire da un piano straordinario per la riduzione delle liste d’attesa utilizzando i modelli delle realtà più avanzate, attraverso un sistema di collaborazione pubblico-privato più virtuoso e soprattutto più conveniente per i pazienti, in particolare per quelli meno abbienti.

Quando si parla di protezione sociale, infine, non bisogna dimenticare il valore, spesso tralasciato, che ha la pratica sportiva, per la salute, per l’integrazione, per la crescita della comunità e l’inclusione dei più fragili. Partendo da questi presupposti è necessario in Italia considerare la politica sportiva a tutti gli effetti una politica pubblica che deve essere riconosciuta attraverso due atti fondamentali: il primo con l’inserimento della parola Sport in Costituzione, il secondo con l’impegno di realizzare una nuova governance dello Sport che abbia in un Ministero il suo fulcro centrale, così come è accaduto col nostro governo. Un ministero con portafoglio che determini gli indirizzi delle politiche sportive del paese, in sinergia con Coni, Federazioni, Enti di promozione sportiva e che utilizzi le risorse con “vincolo di destinazione” allo “Sport a scuola” ed allo “Sport per tutti”. A tal proposito l’attuale riforma del Coni fatta senza coinvolgimento dei principali protagonisti dello sport non convince perché non sono chiari gli indirizzi del nuovo organismo “Sport e Salute Spa”, né sono chiari i criteri di utilizzo delle risorse a disposizione mettendo gravemente in discussione l’autonomia stessa del mondo sportivo. Combattere l’abbandono dell’attività sportiva delle giovani generazioni nella fascia di età dai 14 ai 24 anni deve essere considerato un impegno prioritario di una seria politica sportiva nel nostro paese. Sport come salute, sport come lavoro, sport come educazione, sport come turismo, sport come inclusione e lotta ad ogni forma di discriminazione, sport per la parità di genere: agire in questo senso significa promuovere una trasversalità di azioni e interventi per generare politiche integrate che favoriscano lo sviluppo della pratica e dell’attività sportiva e consentano di cogliere i benefici sociali ed economici ad essa collegati.

Il PD in questi anni ha fatto un lavoro straordinario sui temi della disabilità e della non- autosufficienza, inaugurando tra l’altro lo straordinario strumento del Dopo di Noi che consente a migliaia di famiglie di vivere con maggiore serenità, nonostante le condizioni di difficoltà e di fatica che si trovano a gestire. In questo senso bisogna continuare ad operare, attraverso un maggiore impiego di risorse finanziarie ma anche attraverso il coinvolgimento sempre più diretto delle tante realtà che operano sul territorio e che conoscono in profondità i problemi e le criticità delle singole aree del Paese.

Infine il terzo settore: mentre i nostri governi hanno investito moltissimo nella relazione con i soggetti che in particolare negli anni più duri della crisi economica hanno svolto una funzione fondamentale soprattutto nella relazione con le persone più fragili, il governo giallo-verde ha inaugurato la sua attività tagliando e tassando queste realtà (sopprimendo la riduzione dell’IRES). Dobbiamo opporci con voce ferma al tentativo di colpire il volontariato e il non-profit e tornare a coltivare un dialogo costante e fecondo con questo mondo.