Seleziona una pagina

Condivisione, conciliazione, parità salariale, lotta alla violenza. Per crescere si comincia da qui.

Spesso si tende a pensare che favorire le pari opportunità significhi togliere qualcosa agli uomini per facilitare la vita delle donne. Niente di più falso! L’implementazione delle pari opportunità è un potentissimo moltiplicatore, in grado di generare crescita, lavoro e sviluppo per tutti, donne e uomini.

Occorre anzitutto favorire un cambiamento di natura culturale: la condivisione paritaria del lavoro di cura non è più rinviabile. I carichi familiari continuano a pesare quasi esclusivamente sulle spalle delle donne nonostante siano stati fatti alcuni passi in avanti dal punto di vista della legislazione, soprattutto per quel che riguarda il congedo parentale. Occorre inoltre promuovere autentiche politiche di conciliazione per le donne: ancora troppe dopo il secondo figlio (o addirittura dopo il primo) si trovano di fronte al bivio della scelta tra famiglia e lavoro. I bonus bebè, gli strumenti per pagare asili nido e baby sitter sono utili ed importanti, ma non sufficienti. L’asilo nido deve essere accessibile a tutti ovunque e per questo il piano 0-6 voluto dai nostri governi va ampliato e implementato. La persistenza di quel bivio è una sconfitta per le donne, ma lo è per il Paese intero, che lascia fuori dal mondo del lavoro la sensibilità, la competenza, la passione di migliaia di donne.

Occorre inoltre incentivare l’imprenditoria femminile con nuovi strumenti, soprattutto al Sud e proseguire sulla strada della parità anche nei consigli di amministrazione delle aziende medie e piccole (sentiero inaugurato dalla legge Mosca che ha prodotto un +75% di donne nei ruoli apicali). E naturalmente la politica deve fare la sua parte: sono ancora troppo poche le donne Sindaco, presidenti di Regione e leader di partito. Il sistema delle quote deve mirare al proprio superamento, ma va rispettato e rafforzato fino a quando non si sarà raggiunta un’autentica parità di accesso ai ruoli apicali. Le segreterie locali, la segreteria nazionale così come le giunte a guida PD devono essere paritarie, tutte senza eccezioni. In questo senso l’esempio dato per la prima volta in Italia col Governo Renzi, costituito per il 50% da donne, va rivendicato e preso a modello.

Se la piaga delle dimissioni in bianco è stata sostanzialmente sconfitta grazie all’opera preziosa dei governi del PD, esiste ancora però una differenza di trattamento inaccettabile: il gender gap per quel che riguarda i salari è ancora pesantissimo, in Italia come in Europa: in media si stima che, a parità di funzione, le donne lavorino gratis dal 3 Novembre al 31 Dicembre. Occorre pretendere regole nazionali ed europee che ci consentano di superare questo elemento di assoluta inciviltà: a parità di funzioni i salari non possono essere differenti. Punto.

Purtroppo, non è solo il gender gap a pesare sul nostro tasso di inciviltà. Dal 2000 ad oggi 3000 donne sono state vittima di femminicidio. Una piaga pesantissima e intollerabile. L’ISTAT stima che poco meno di 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito una qualche forma di violenza nel corso della propria vita (quasi una su tre), molte meno sono però le denunce. Anche qui occorre lavorare su due binari paralleli: quello della prevenzione, a partire dall’educazione alla parità sin dalla scuola, e quello del contrasto efficace attraverso interventi tempestivi a tutela delle donne che denunciano e la certezza della pena. Non basta un codice rosso se poi la politica culturale del governo gialloverde indulge al sessismo, alla violenza (il ministro dell’Interno ha ancora sulla propria pagina Facebook una foto di tre minorenni corredata da insulti di ogni genere nei commenti), al giustificazionismo.

Questo governo per le donne è un pericolo non soltanto per le politiche retrograde che effettivamente mette in atto (come quella dell’appezzamento di terra dato a coloro che fanno almeno tre figli o l’introduzione della possibilità di lavorare fino al nono mese di gravidanza, che rischia di essere non una scelta ma un obbligo per le donne) o per quelle che minaccia di mettere in atto (sull’aborto, sul divorzio, etc.), ma per la cultura maschilista e sessista di cui è orgogliosamente portatore.