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Un nuovo patto per la cultura, la cittadinanza attiva e consapevole, l’innovazione e il lavoro.

Viviamo – da almeno un quarto di secolo – nella società della conoscenza: il valore di un prodotto – non importa se sia un bene o un servizio – non dato dalla quantità di lavoro necessaria per produrlo (misurato in termini di remunerazione oraria), ma dalla quantità di conoscenza che incorpora. In un’epoca come questa, il rendimento dell’investimento in istruzione schizza verso l’alto.

Il processo di incessante innovazione costringe a concentrare l’attenzione politica e sociale sull’imparare ad imparare, la prima condizione per il successo nel nuovo mondo dell’apprendimento continuo. Lavorare, infatti, fa e farà sempre più rima con “imparare”. Se gli strumenti (le competenze) per stare da protagonisti nel mondo del lavoro non verranno da un sistema pubblico di istruzione rinnovato, soltanto coloro che saranno in grado di acquistarli sul mercato potranno sperare di farcela, lasciando chi non può in un destino di esclusione. Esattamente come avveniva nel secolo scorso per il sapere di base.

Per questo nel programma del Partito Democratico deve trovare posto una proposta chiara sul diritto allo studio, per tutti, da zero a cento anni. Diritto di accedere alla scuola dell’infanzia, che non è un ammortizzatore sociale, ma il primo passo di un percorso educativo importantissimo. E poi il diritto ad una scuola primaria a tempo pieno, che offra attività e esperienze oltre all’apprendimento delle nozioni fondamentali. Il diritto ad una scuola secondaria davvero integrata (tra primo e secondo grado) e ad un orientamento serio e ben finanziato fatto a scuola. Il diritto di accesso ai più alti gradi di istruzione, attraverso le università, da recuperare come autentici motori della mobilità sociale e da finanziare di più e meglio. Infine, il diritto a formarsi anche mentre si lavora e quello di restare formati e informati una volta usciti dal mondo del lavoro. Solo così, peraltro, si può pensare di combattere la disinformazione e l’analfabetismo di ritorno. La sfida che abbiamo di fronte ha a che fare con la democrazia cognitiva: dare a tutti i cittadini la possibilità di comprendere quel che accade, di avere un approccio critico, di scegliere sulla base del maggior numero possibile di informazioni.

Il fenomeno populista si fonda non solo sulle difficoltà oggettive di alcune fasce di popolazione, ma anche sulla novità dirompente dei social media. Su internet sono disponibili milioni di nozioni e informazioni, ma al tempo stesso proprio sul web corrono le paure, le fake news, l’odio e le soluzioni semplici a problemi complessi, di cui abbiamo già parlato. La politica deve interrogarsi su questi fenomeni. Non si tratta solo di un problema di comunicazione politica, bensì di funzionamento della democrazia, soprattutto se è vero, come pare, che il Referendum britannico sull’Unione Europea e le ultime elezioni statunitensi hanno subito interferenze straniere veicolate attraverso la rete. La Scuola e l’Università del nuovo millennio devono interrogarsi su come migliorare la preparazione ad una cittadinanza attiva e pienamente consapevole dei cittadini del futuro. È giusto dare nuovo spazio all’educazione civica, ma occorre considerarla a trecentosessanta gradi, quindi anche come educazione civica digitale.

Il PD deve tornare il partito della scuola e degli insegnanti. Dobbiamo fare uno sforzo enorme di ascolto e dialogo per capire il motivo della rivolta contro la riforma ‘Buona Scuola’. Un intervento non solo motivato dalle migliori intenzioni, ma che destinava ingenti risorse al sistema dopo anni di tagli ed era mirato a risolvere problemi irrisolti da tempo: bisogna mettersi in ascolto per comprendere cosa non ha funzionato e spiegare di più e meglio le ragioni di quella fondamentale riforma. Dobbiamo inoltre far sì che la figura dell’insegnante recuperi il ruolo sociale che lecompete, anche attraverso una retribuzione adeguata alla cruciale funzione che svolge. Troppi gli episodi di violenza, troppa l’indifferenza con cui si liquida la messa in discussione dell’autorevolezza di chi insegna.

La scuola sta a cuore al PD perché è il centro della società presente ed il luogo dove si costruisce insieme un futuro migliore. Ancora di più, la scuola deve divenire il luogo dell’integrazione, della crescita, delle opportunità per tutti, il luogo della mobilità sociale. Una istituzione aperta alle famiglie e ai quartieri che, con adeguate risorse aggiuntive, si impegna anche oltre l’orario e i contenuti curriculari. Per questo è importante favorire il tempo pieno, come abbiamo detto, finanziando non solo le assunzioni necessarie, ma anche nuove strutture (i nostri governi hanno finanziato come mai prima l’edilizia scolastica, ma il lavoro da fare resta ancora molto). Non possiamo dimenticare infine che ancora oggi la dispersione scolastica è un problema enorme che va affrontato a viso aperto con risorse e strumenti nuovi. Questa deve diventare la nostra priorità: nessun bambino, nessun ragazzo o ragazza può essere lasciato indietro.

Un’altra sfida che le istituzioni educative hanno di fronte è quella della transizione verso il lavoro: un vero e proprio tabù per troppi a sinistra. È giunto il momento di affrontare questo tabù, di discuterne e di proporre soluzioni nuove, soprattutto nel momento in cui il governo e il parlamento scelgono modalità obsolete di regolazione del mercato del lavoro. Noi abbiamo introdotto l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria e dobbiamo esserne orgogliosi. Quell’esperienza può essere certamente migliorata, ma cancellarla, come sta cercando di fare questo governo, è folle e miope.

L’investimento sulla formazione, però, non può fermarsi alla scuola. Secondo alcuni indicatori, come ad esempio la produttività scientifica, il settore università e ricerca appare in ottima forma. I problemi tuttavia sono numerosi, a partire dall’età media molto elevata degli ordinari per quel che riguarda l’università e dal tema del trasferimento tecnologico sulla ricerca, mentre le risorse continuano ad essere insufficienti se confrontate a quelle degli altri paesi europei. Guardando all’esito delle riforme e dei trend osservabili in Europa è possibile emulare le iniziative meritevoli ma anche imparare dagli errori altrui. In alcuni paesi possiamo osservare i danni degli eccessi di burocrazia. In altri i pericoli degli incarichi manageriali a tempo indeterminato. In altri ancora il meccanismo perverso innescato dalla logica commerciale e di competizione privata tra atenei. Investire nella ricerca significa anche diffondere nella società, fin dalla scuola, una cultura della scienza che favorisca le immatricolazioni nelle facoltà scientifiche e argini la subcultura no-vax e la paura nella tecnologia, che sia quella con cui si costruisce un tunnel, quella di un termovalorizzatore o una nuova tecnica per l’agricoltura. Significa anche rispettare l’autonomia dei ricercatori, degli Enti e degli Atenei, il contrario di quello che questo governo sta facendo.

In un Paese come l’Italia, caratterizzato da un apparato produttivo di beni e servizi a più elevata presenza di piccole e medie imprese, deve essere prevalentemente lo Stato a finanziare la ricerca. E, ad oggi, non lo fa abbastanza. Una più attenta selezione della spesa pubblica per investimenti, al fine di incrementare significativamente quelli destinati alla ricerca di base, dunque indispensabile. E deve essere compiuta nella consapevolezza che non si tratta di un pasto gratis: spendere di più a questo scopo signi ca – date le condizioni di finanza pubblica del Paese – spendere di meno in altre direzioni. Poiché scelte di questo tipo presentano elevati costi politico-elettorali, bene che esse siano parte di una strategia riformista di medio e lungo periodo, illustrata di fronte al Paese con la massima chiarezza.

Pena l’impossibilità di metterla in atto. Investire di più in conoscenza ed istruzione della popolazione non ha solo un grande effetto sul potenziale di crescita economica. Incide direttamente sulla qualità civile delle nostre società e sul civismo dei singoli cittadini.