La sicurezza è di sinistra. Ma per l’identità serve la cultura.

La cultura è, prima di tutto, un diritto fondamentale dei cittadini: da questo principio discende la responsabilità pubblica di favorirne lo sviluppo e la diffusione e, insieme, di garantire a tutti l’accesso al nostro patrimonio e alla produzione culturale. La cultura è anche un potentissimo catalizzatore di energie che uniscono il Paese, i suoi territori, le sue imprese e le sue comunità, nella missione della qualità, della bellezza, dell’innovazione. La cultura è infatti il più alto elemento di identità di un paese, a maggior ragione del nostro, viste le meraviglie che l’Italia custodisce, a partire dai 53 siti Unesco riconosciuti come patrimonio dell’Umanità: in questo siamo primi al mondo. Per questa ragione nel corso della nostra esperienza di governo, subito dopo il terribile attentato di Parigi al Bataclan, abbiamo introdotto l’idea che per ogni euro investito in sicurezza, uno ne debba essere investito in cultura. Sicurezza e cultura devono sempre di più diventare due facce della stessa medaglia.

Occorre garantire protezione ai cittadini, soprattutto ai più fragili, attraverso un impiego più ampio e più efficiente delle nostre forze dell’ordine, attraverso la video sorveglianza e il contrasto alla piccola e micro-criminalità, come avevamo cominciato a fare con Marco Minniti. Bisogna rigettare l’idea destrorsa secondo la quale, al fine di garantire la sicurezza, ciascuno deve badare a se stesso, ciascuno deve possedere un’arma e difendersi autonomamente. Questo modello penalizza i più deboli, coloro che non possono e non vogliono difendersi da soli e che lo Stato ha il dovere di proteggere, attraverso la prevenzione, attraverso l’intervento delle forze dell’ordine e attraverso la certezza della pena.

Il PD aveva avviato un grande progetto per le periferie, che questo governo ha provato a cancellare scatenando la protesta dei sindaci. Quella resta la strada maestra. Istruzione, cultura, presidio del territorio. E con presidio non intendiamo solo la presenza delle forze dell’ordine, ma anche quella di associazioni, centri culturali, attività commerciali. La periferia pericolosa è quella non adeguatamente illuminata e curata, priva di opportunità di svago, dominata dalla mancanza di opportunità di lavoro e crescita culturale. Non possiamo tuttavia non riconoscere il lavoro straordinario delle forze dell’ordine e dei corpi di intelligence che, con mezzi limitati, hanno fatto moltissimo e hanno protetto l’Italia meglio delle altre nazioni europee dal terrorismo islamista. Su questo non possiamo arretrare e anzi dobbiamo continuare a fornire strumenti adeguati a coloro che hanno la responsabilità di proteggerci.

Dobbiamo negare il monopolio del tema della sicurezza alla destra. Proteggere i più deboli, quelli più colpiti dall’insicurezza, reale o percepita che sia, è un tema di sinistra. La sinistra ha troppo a lungo commesso questo errore e ha sottovalutato l’importanza della legalità e del rispetto delle regole come principio fondante del patto sociale e fattore di sviluppo economico e non solo. Questo vale per gli immigrati così come per gli italiani: chi associa sicurezza e immigrazione lo fa solo per ragioni elettoralistiche. A questa tendenza dobbiamo opporci con coraggio e determinazione. La legalità è un valore che riguarda tutti e dallo stato di diritto e dalla certezza delle regole e delle pene dipendono non solo la percezione di sicurezza, ma anche il buon funzionamento dei mercati e la facilità con cui si fa impresa e si attraggono investimenti.

Ma, come abbiamo detto, sicurezza e cultura devono procedere insieme, seguendo il principio “un euro in sicurezza, un euro in cultura”.

La cultura negli ultimi cinque anni è tornata al centro dell’azione di governo e ha generato crescita e posti di lavoro. Inutile dire che i primi passi del governo sfascista sono tutti rivolti all’indietro: tagli, tagli e ancora tagli. Noi abbiamo favorito creazione del sistema museale nazionale (e il conseguente boom di visitatori – +30% – e degli incassi – +53%), le assunzioni, la riforma dello spettacolo dal vivo, l’ArtBonus, l’investimento sulla domanda di cultura dei più giovani (con 18App, che questo governo mira a cancellare), quello su librerie e lettura, la legge sul cinema ed il riconoscimento del tax credit alle imprese culturali e creative sono solo alcuni tra i provvedimenti messi in campo dal PD. Il ruolo dell’Italia è tornato centrale in Europa e nel mondo, anche grazie alle eccellenze nella tutela del patrimonio (dai caschi blu della cultura alle missioni di restauro nelle zone a rischio) e al primo G7 nella storia dedicato a questi temi. La produzione culturale assume i caratteri di un nuovo modo di fare cittadinanza, attraverso progetti di rigenerazione urbana e territoriale: dobbiamo rafforzare il senso di appartenenza identitaria, attivare le città nella creazione di valore economico e sociale attraverso la cultura e la creatività, aumentare ulteriormente la visibilità, il racconto e la reputazione del nostro patrimonio, tutto, non solo quello più noto. Il rammendo delle periferie si fa anche e soprattutto attraverso la cultura.

Occorre finanziare la messa in sicurezza del patrimonio culturale oltre l’emergenza, perché la fragilità intrinseca del nostro paese riguarda tantissimi comuni italiani e ricade inesorabilmente sui beni culturali. Vogliamo promuovere la tutela e la valorizzazione dei beni culturali sul territorio, potenziando ArtBonus con nuovi meccanismi di crowdfunding, incentivando e semplificando micro-donazioni di cittadini e turisti grazie all’uso di nuove tecnologie.

Cultura significa anche lavoro e sviluppo. Creare lavoro creativo ad alto valore aggiunto vuol dire coniugare al futuro il nostro patrimonio, generare un ambiente fertile all’innovazione, dare impulso e incubare nuovi modelli imprenditoriali, aumentando l’occupazione e favorendo l’accesso al lavoro nel settore culturale. Accanto a Industria 4.0 vogliamo implementare un Piano cultura 4.0, con maxi ammortamento per le imprese culturali e creative che investono in innovazione tecnologica, con particolare attenzione alle aree ad alto tasso di abbandono scolastico e al Mezzogiorno. I nostri musei, teatri, archivi, biblioteche si possono raccontare non solo come meravigliosi contenitori, ma anche come luoghi ad alto tasso di inclusione sociale. Sono le persone a fare la differenza nella costruzione e nella tutela di tutto ciò che fa parte dell’identità italiana. Vogliamo rendere strutturale il bonus cultura per i neo-diciottenni (18App) e introdurre deduzioni fiscali fino al 19% per bambini e ragazzi tra i 5 e i 18 anni che frequentano corsi di musica e teatro. Infine, per potenziare il soft-power italiano e favorire un rilancio del progetto di scambio europeo, vogliamo che l’Italia sia capofila nella strutturazione di una rete dei luoghi del sapere europei – teatri, cinema, musei, siti archeologici, biblioteche, etc – che ospitino scambi per giovani studenti in alternanza, universitari o di tirocinanti in ambito culturale. È così che si formano i cittadini europei. È così che si fa l’Europa.

Sostegno agli artisti e a tutti i lavoratori del comparto spettacolo

1.La legge 22 dicembre 2011, n. 214, di conversione del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, all’art. 21, comma 1, ha disposto la soppressione dell’INPDAP e dell’ENPALS dal 1° gennaio 2012, con attribuzione delle relative funzioni all’INPS che succede in tutti i rapporti attivi e passivi degli Enti soppressi. L’approvazione della suddetta legge ha negato lo status di professionisti atipici a tutti i soggetti che svolgono la professione di artisti (in ambito teatrale, musicale, cinematografico, circense, coreosofico e lirico), che garantiva loro il diritto a percepire pensioni dignitose, pur in presenza di lavoro a tempo determinato (caratteristica del lavoratore non garantito da reddito e contributi annuali costanti) e di un numero minimo di contributi versati che assicuravano una buona vecchiaia ai promotori della cultura e della creatività. L’E.N.P.A.L.S. (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Lavoratori dello Spettacolo), provvedeva a garantire siffatti Diritti Sociali e Civili. Pertanto, la soppressione dell’E.N.P.A.L.S., con la conseguente attribuzione all’I.N.P.S. di tutti i rapporti attivi e passivi nei confronti dei lavoratori che operano nell’ambito della cultura ha soppresso il loro diritto ad una previdenza sociale specifica e li ha assimilati a tutte le categorie di lavoratori garantiti da redditi a tempo indeterminato e dalla regolarità dei versamenti contributivi. Questa scelta di politica pubblica ha aggravato ulteriormente lo stato di disagio e di grande difficoltà della categoria degli artisti (che, nelle varie articolazioni di attività e discipline, consta di oltre 250.000 cittadini lavoratori) i quali hanno assistito impotenti alla riduzione dei propri diritti di cittadinanza. E’ necessario procedere all’attuazione di una riforma dei meccanismi assistenziali e previdenziali, affinché si possa garantire ai suddetti 250.000 lavoratori culturali un adeguato livello di vita, ed è impellente l’urgenza di procedere alla previsione e attuazione di un’azione politica strategica che riorganizzi il settore delle Arti e della Cultura (che costituisce un concreto plusvalore di sviluppo che si riverbera su molteplici settori e comparti professionali con un conseguente indotto economico/finanziario che contribuisce ad implementare il Prodotto Interno Lordo del sistema Paese), rispettando le specificità del comparto artistico/culturale e programmando, per il futuro, per i nuovi artisti, un lavoro degno di essere vissuto. Stante l’assegnazione definitiva all’INPS di tutti i rapporti attivi e passivi relativamente ai soggetti del settore delle Arti e della Cultura, è ormai improcrastinabile la decisione di provvedere all’adozione di una legge che stabilisca il riordino del metodo di ripartizione delle risorse assistenziali e previdenziali attribuendo un congruo incremento del trattamento pensionistico degli oltre 250.000 lavoratori di settore mediante la revisione del criterio di parametrazione dell’annualità contributiva applicabile ai diversi periodi di attività lavorativa e l’elevazione della valutazione della contribuzione al fine di poter accedere ad un’adeguata e dignitosa prestazione pensionistica. Si deve, altresì, prevedere una serie di sostegni a condizioni estremamente agevolate quali, il riscatto di lauree e titoli di studio e formazione, l’accesso a mutui e prestiti, sgravi fiscali, detrazioni e riduzioni sanzionatorie, in modo da tutelare integralmente la categoria degli artisti, una categoria che in numerosi Paesi europei costituisce una delle categorie di eccellenza della società che è fondamentale preservare poiché senza la tutela del patrimonio culturale e Artistico che si esprime attraverso tutte le componenti professionali che gravitano attorno, una società s’impoverisce e perde di competitività.

2. Le problematiche del settore teatrale sono tante: negli anni si è lasciato correre il cavallo senza briglie e si è concesso a tanti, troppi, di auto-dichiararsi artisti, senza alcuna selezione qualitativa, lasciando che il mercato facesse piazza pulita dei buoni e dei cattivi. Purtroppo, anche qui, come in altri settori, l’azione calmieratrice dello Stato è, invece, fondamentale, per garantire a tutti, il loro diritto al lavoro. Le difficoltà nascono con l’istituzione delle Regioni. Ogni Regione ha pensato bene di investire nei propri artisti, nei propri teatri, utilizzando, tra gli altri, anche i Contributi nazionali. Per sostenere i propri progetti, hanno creato mini circuiti teatrali che consentissero ai propri artisti di circuitare e rappresentare le proprie opere. Per aumentare il numero di recite, hanno effettuato scambi con le altre Regioni, eliminando, di fatto, una concorrenza non inserita nel circuito di scambio, e molto spesso, la più pura, la più autentica, quella professionale e basta, quella più meritevole di una circuitazione nazionale che, una volta, era garantita dall’E.T.I. Lo Stato, deve garantire il livello qualitativo massimo e non accontentarsi di assistere, imbelle, alla moltiplicazione dei pani e dei pesci senza alcuna selezione qualitativa. Ripristinare l’Ente Teatrale Italiano servirebbe a garantire una professionalità, quella del Teatro Nazionale, più volte raccontato ma mai realizzato, che consentirebbe alle Grandi Compagnie, la cui valutazione non sarebbe solo burocratica ma meritocratica, di circuitare in tutta Italia senza dover ricorre agli scambi che avviliscono il valore ed esaltano i furbi.

3. I Contributi pubblici che lo Stato eroga alle Compagnie teatrali seguono lo stesso andamento: infatti, la politica regionale si fa sentire nelle Commissioni statali che erogano i Contributi pubblici nazionali distorcendo il mercato e svalutando le professionalità storiche che invece di essere esaltate vengono svilite ed azzerate in nome di una modernità ed un rinnovamento acritici e astorici che invece di essere considerato un problema dell’Italia vengono contrabbandate per strategia culturale modernista e futuribile. Cosicché i Contributi per i professionisti diminuiscono sino all’azzeramento (esempi se ne potrebbero citare a iosa) ed il mercato si riduce, sempre più, ad una miriade di compagnie che invadono in ogni dove un finto mercato. La soluzione che propongo è la seguente: TAX CREDIT interno ed esterno, come al Cinema. Il Tax Credit interno, del 30%, sarebbe il vero calmieratore del mercato. Verrebbe erogato sugli incassi lordi botteghino (Valore della Produzione). Il Tax Credit esterno del 40%, invece, servirebbe, come per il Cinema, a consentire il finanziamento delle produzioni da parte di privati non esercenti attività artistica. Questi elementi specifici esalterebbero il valore delle produzioni annullando, di fatto, gli incapaci ed inetti.